Phong Nha, Tam Coc e Trang An: la maestosità della natura

Phnong Nha è famosa per le sue grotte, tante, belle, differenti una dall’altra. Qui c’è anche la grotta più grande del mondo, il cui accesso è riservato a 500 persone all’anno (con un costo di migliaia di euro).

Io mi sono limitato alle più semplici ma molto beelle Paradase Cave e Dark Cave (dove ho fatto il bagno nel fango) e a qualche attività adrenalinica tipo zipline.

Tam Coc e Tran An sono invece decisamente più a nord, ma come Phnong Nha rappresentano un trionfo della natura più maestosa.

Qui il paesaggio, patrimonio Unesco, è segnato da questi faraglioni che si innalzano dal terreno come schegge, e che a Trang An si dipanano lungo il percorso di un fiume.

L’arrivo a Tam Coc segna un punto di svolta nelle mie abilità sociali come viaggiatore, avendo fatto amicizia alle 4 del mattino appena sceso dal bus con Serguei, un ragazzo francese che è diventato mio compagno di stanza e di escursioni per due giorni, rivisto poi ad Hanoi qualche giorno dopo. Incontri che spezzano la linearità del viaggio in solitaria e arricchiscono la vita di amici in giro per il mondo.

Mezzi utilizzati: sleeping bus, minivan, barca e ovviamente i miei piedi!
Persone incontrate: Serguei, ragazzo francesce da 6 mesi in giro per il mondo; una coppia inglese che gira il mondo da quasi un anno
Cibo da ricordare: l’abbondante colazione a buffet del “resort/homestay” a Tam Coc
Posti memorabili: la dark cave con il bagno nel fango a Phnog Nha e i faraglioni nel fiume a Trang An

Viaggiare ti rende il cuore tenero, ma viaggiare da solo non è per cuori teneri.

È sempre una montagna russa emotiva, una continua scoperta ma anche un addio dopo l’altro, e alcune volte gli addii sono più difficili di altri.

Alcune volte addirittura ti auguri di non trovare un nuovo amico che ti faccia sentire così bene, o di non trovare un ostello dove ti senti come a casa, perché potrai rimandare la partenza quanto vuoi, ma prima o poi dovrai andare, dire un arrivederci che sai già sarà un addio.

Ogni partenza verso una nuova meta è come un salto nel vuoto, non sai chi troverai, come ti farà sentire, come starai, e pensi che non potrà mai essere bello come è stato fino ad ora.

Lasciare Luang Prabang è la partenza più difficile fino ad ora.

Sono in aeroporto ad aspettare l’aereo, e già il fatto di partire con un volo non mi piace: volevo viaggiare solo per terra, ma i bus sono fermi alcuni giorni per il Songkran, proprio la festa che sto andando a vedere a Chiang Mai. Quindi non avevo scelte, o volo, o fermarmi a Luang Prabang 3 giorni.

Quando ieri ho prenotato il volo non avevo ancora conosciuto Paolo (italiano di Vicenza da 11 mesi in giro per l’Asia, di cui 6 in bici fino a Dubai), ritrovato il mio amico Mathis (francese amante dell’Italia, conosciuto nei primi giorni a Luang Prabang), fatto check-in all’ostello Y Not e festeggiato a secchiate d’acqua per strada. Stare a Luang Prabang allora non aveva senso.
Appena 12 ore dopo sono qui al check-in pensando di girarmi e tornare in città.

Ma tanto se non è oggi sarebbe domani: dovrei salutare i ragazzi dell’ostello, abbracciare Paolo e Mathis, l’addio ci sarebbe comunque.

Queste continue scoperte sono una delle cose più belle, ti rendono il cuore tenero anche perché le affronti con una leggerezza (per me) inedita. Eppure è proprio questo cuore tenero che poi soffre ad ogni partenza.

Tra Hoi An e Hue: meraviglie nel centro del Vietnam

Mi avevano detto che Hoi An era meravigliosa ed avevano ragione. Certo, è invasa dai turisti, ma si riesce ancora a scoprire qualche angolo più tranquillo.

Inoltre da Hoi An si può fare una fuga al mare ed andare a seguire un bel corso di cucina, anche vegetariana.

Dopo Hoi An Hue è un “ritorno alla realtà”, perché la città è davvero insignificante, mentre la cittadella imperiale bella, anche se non mi ha emozionato.

Tra le due tappe ho viaggiato su un bus turistico (con ulteriori tappe intermedie) dove ho conosciuto due ragazze italiane, Azzurra e Anna, molto simpatiche, cui abbiamo condiviso una giornata di chiacchiere e risate.

Purtroppo a Hue non ho avuto il tempo di visitare le tombe, che pare siano meravigliose, perché un treno, il mio primo treno in Vietnam, mi aspettava per andare più a nord.

Mezzi utilizzati: sleeping bus, bus, barca, barchetta tonda, bicicletta e ovviamente i miei piedi!
Persone incontrate: Azzurra e Anna, viaggiatrici rock da Milano; Ly, proprietaria di un ostello gestito con amore a Hoi An; i ragazzi dell’ostello di Ly con cui ho cucinato e bevuto
Cibo da ricordare: il banh my vegeriano più gustoso di sempre (Hue) e il Cao Lau vegetariano (Hoi An)…e il cibo cucinato da me, ovviamente!
Posti memorabili: il lungo fiume di Hoi An la sera e i templi della cittadella imperiale di Hue

Da Lat: cascate, fragole, caffè e un progetto per l’istruzione dei bambini

Da Lat è bella e ha molto da offrire, ma quello che più mi ha dato è stata un’esperienza speciale: poter conoscere e passare qualche giorno con Patrick e i suoi amici alla scoperta del suo progetto “Light Up Your Dreams”, a cui ho anche dedicato un video specifico.

La bellezza delle cascate, delle coltivazioni di fiori, caffé e fragole, gli edifici e templi kitsch sono passati in secondo piano…però ho deciso di mostrarli comunque in questo video 🙂

I 4 giorni passati qui sono anche stati il consacramento definitivo, dopo il battesimo di Ho Chi Minh City, del mio ruolo di passeggero su uno scooter: ci ho passato così tante ore tra le montagne!

Mezzi utilizzati: bus, scooter e ovviamente i miei piedi!
Persone incontrate: Patrick, 22enne di un piccolo villaggio che ha avviato il progetto “Light up your dreams” che mi ha totalmente conquistato; gli amici di Patrick e i bambini a cui Patrick insegna inglese
Cibo da ricordare: crispy tofu con crema di pomodoro (cucinata da Patrick), curry vegetariano, il mango e la papaya più buoni che abbia mai assaggiato
Posti memorabili: non si vede nel video, ma sono stato in un bar chiamato “Maze” (labirinto) che è davvero incredibile e ricorda la Crazy House.

Il Vietnam mi ha accolto subito alla grande

L’ingresso in Vietnam dalla Cambogia, via bus è stato “avventuroso”: l’autista voleva 50 dollari (tangente) per farmi passare con il visto elettronico che mi ero procurato. Sono stato gentile, ho fatto una ristata, e sono passato senza.

Poi però arrivato a Ho Chi Min City (Saigon) sono stato accolto più che bene! Si dice “quanto è piccolo il mondo”? In una città di oltre 8.000.000 di abitanti ho incontrato per caso il mio amico Mason, conosciuto a Bangkok. Lui vive lì e sapeva che arrivato, ma ci siamo incontrati per caso!

Ho Chi Min è pazzesca, molto occidentale sia per i palazzi storici (epoca coloniale), sia per quelli moderni, con grattacieli imponenti.

Da lì il tour al delta del Mekong è un classico. Per me non è stato eccezionale, ma sicuramente può valere la pena farlo, almeno per i caotici mercati galleggianti.

E poi, grazie all’invito di Mason sono andato a Mui Né, una località di mare a nord di Saigon, dove sono stato in un bellissimo, super economico e molto divertente ostello a riposare un po’.

Guarda il video fino in fondo se vuoi vedermi cadere in acqua preso a colpi di cuscino!

Mezzi utilizzati: bus, sleeping bus, minibus, auto, scooter (Grab), barche piccole e grandi
Persone incontrate: Mason, conosciuto a Bangkok e ritrovato qui; Vinh, ragazzo indicano che vive a Melbourne; Maor, da Tel Aviv in giro per il sud est asiatico; King, signore malese con cui ho condiviso il tour sul Mekong; Julius e il suo compagno, trasferiti in Vietnam dall’est Europa.
Cibo mangiato: oltre ai sempre presente noodles e riso con verdure, spring rolls freschi e fritti, tofu con verdure, zuppe varie in un ristorante vegano buonissimo e soprattutto banh mi vegetariani (baguette farcite, lo snack da strada più comune in Vietnam)
Posto più bello visitato: la torre Bitexco a Ho Chi Minh City per il tramonto

Mondulkiri: fare il bagno con gli elefanti

Sono stato a lungo indeciso se andare o no nel wild east della Cambogia, e alla fine ci sono andato, anche perché ho trovato con chi condividere l’esperienza, la ragazza francese conosciuta a Kratié, Amelie.

A Mondulkiri si va perché qui ci sono la maggior parte degli elefanti rimasti in Cambogia. La sorte di questi animali, qui come in tutta l’Asia è segnata: prima molto presenti sia selvaggi che addomesticati per uso agricolo, via via si sono ridotti, sempre più coinvolti nell’industria del turismo o venduti all’estero, e con un habitat, la giungla, che si sta consumando rapidamente per via della deforestazione.

A Mondulkiri sono nate diverse organizzazioni, chiamate “sanctuary”, che proteggono i pochi elefanti rimasti, spesso acquistando o affittando a lungo termine elefanti sottratti all’industria del turismo.

Noi siamo stati 2 giorni nella giungla con il Mondulkiri Project, una delle 3 maggiori NGO locali (anche se forse non la migliore), per fare un trekking e stare un po’ con gli elefanti, accompagnati dalle guide Bunong, una minoranza locale aiutata dalle organizzazioni.

Comvine, Sophie, Happy, Lucky e Princess, questi i nomi dei 5 elefanti che abbiamo nutrito, lavato e accarezzato dopo aver dormito una notte su un’amaca in un lodge nella giungla.

L’esperienza con gli elefanti ha sicuramente luci e ombre. Positivo che vengano sottratti a chi li sfrutta in malo modo proteggendo contemporaneamente la giungla (la Cambogia è soggetta ad un’incredibile deforestazione), ma anche le attività che abbiamo fatto noi, pur rispettando tantissimo i tempi e le volontà degli animali, rappresenta in qualche modo uno sfruttamento, sfruttamento che serve per raccogliere i fondi per proteggerli. Insomma, un male necessario.

Comunque, fare il bagno con un elefante è un’esperienza bellissima da ricordare per sempre.

Mezzi utilizzati: minivan, tuk tuk, pick up, e ovviamente i miei piedi!
Persone incontrate: Yasmine e tutto il gruppo di francesi e tedeschi con cui ho fatto il tour di 2 giorni nella giungla; Nor e le altre guide Buonong, tutti molto simpatici; Mr Tree il boss del Mondulkiri Project, davvero carismatico!
Cibo mangiato: riso con verdure (che novità!), zuppa di noodles con tofu, pizza-baguette, bamboo soup (zuppa di melanzana cotta nel bamboo, super!), pancake con banana e nutella, rice wine (imbevibile!).
Posto più bello visitato: il laghetto dove abbiamo fatto il bagno con gli elefanti!

“Light up your dreams”, ovvero come dare un futuro ai bambini attraverso l’istruzione

Ho incontrato Patrick per caso, e non appena mi ha spiegato cosa sta facendo ho subito deciso di unirmi a lui.

Patrick è un ragazzo di 22 anni che vive a Da Lat in Vietnam, ed è stato l’unico del suo villaggio, Lan Tranh, sperduto nelle montagne, ad aver avuto accesso all’università (e completarla con successo e in anticipo) .

Avendo compreso l’importanza dell’educazione ha deciso, contando solo sulle proprie forze e il sostegno di una sorella e di alcuni amici, di avviare il progetto “Light up your dreams”, che consiste nell’insegnare ai bambini l’inglese e altre materie, e a far loro comprendere che esiste un mondo fuori dal villaggio e che possono realizzare i loro sogni.

Questo ovviamente significa dover investire tempo, ma anche denaro per attrezzature e per far fare loro esperienze e portarli in città quando è il momento di frequentare le superiori.

Ecco l’intervista che ho realizzato a Patrick e a due delle ragazze che sta aiutando al villaggio.

Ho deciso quindi di sposare il progetto di Patrick provando a mettere al servizio qualcosa di quello che so fare, come ad esempio realizzare un video o un sito web.

Ora stiamo lavorando proprio alla pubblicazione del sito, che sarà online in pochi giorni, e che lo aiuterà ad attirare più volontari e maggiori donazioni.

Sono così grato di aver incontrato Patrick, che mi ha fatto vedere ancora una volta la potenza di avere una visione per il futuro e di trasformarla in un chiaro obiettivo. E mi ha mostrato quanto amore può generare donare il proprio aiuto alle altre persone.

Kratié: alla ricerca dei delfini

Tanto mi è subito piaciuta quanto poi non l’ho sopportata: cittadina piccola lungo il Mekong, tutta sviluppata lungo una strada, che dorme prestissimo e poco accogliente.

Due le cose da fare: visitare in bici un’isola sabbiosa a 5 minuti di barca (carina ma non imperdibile) e avvistare i pochi esemplari di delfini d’acqua dolce.

Ecco, questa è un’esperienza davvero unica! Si può fare dalla costa, in barca o remando su un kayak. Ovviamente ho scelto quest’ultima soluzione.

Che fatica, ma che bello! Grazie alla guida abbiamo apprezzato vari aspetti dell’imponente Mekong (ora ridotto perché è la stagione secca) e poi abbiamo visto i delfini avvicinandoci più possibile con i kayak.

Sono rimasti meno di un centinaio di delfini d’acqua dolce nel Mekong (ma dopo il rischio estinzione pare il numero stia di nuovo salendo) e circa 30 in questa zona.
Sono diversi da quelli marini e soprattutto meno socievoli, quindi non si avvicinano molto…ma che emozione!

Alla fine, cittadina così così, ma esperienza da ricordare per tutta la vita!

Mezzi utilizzati: minivan, bicicletta, kayak e ovviamente i miei piedi! Persone incontrate: Kelly, ragazza olandese con cui ho condiviso il più scomodo viaggio in minivan fino ad ora; Amelie, ragazza francese conosciuta in ostello con cui ho poi proseguito a viaggiare per qualche giorno; Franzi, ragazza tedesca compagna di ostello e kayak.
Cibo mangiato: zuppa di verdure con curry, spezie e latte di cocco, pizza margherita (primo cibo occidentale dalla partenza), come sempre noodles e riso con verdure.
Posto più bello visitato: il Mekong per l’avvistamento dei delfini!

Povertà in 4G

Scritto il 4 marzo 2019

Sto lasciando la Cambogia: sono atterrato a Siem Reap l’11 febbraio ed avevo previsto di starci 2 settimane, alla fine sono stati 20 giorni. E’ il bello di poter scegliere giorno per giorno cosa fare ed il risultato di un paese che mi ha conquistato.

Più povera della vicina Tailandia, con minor crescita del rampante Vietnam, la Cambogia è comunque in fondo alle varie classifiche di PIL, scolarizzazione e alfabetizzazione. Ma è sicuramente in cima a quelle per sorriso e gentilezza.

Mi ha colpito una (prevedibile) differenza tra centri piccoil e grandi città: nei primi si vede molta poverà ma tanta genuina felicità. Non dimenticherò facilmente i saluti dei bambini nei mercati galleggianti o il piacere di raccontare e fare domande di chiunque per strada (la conoscenza dell’inglese è molto diffusa).

Nelle città più grandi c’è un po’ più di agio (non a tutti i livelli) e meno apertura.
Credo sia uno dei prezzi del progresso e temo che sia comune in tutti i paesi che si stanno sviluppando rapidamente.

Ma ecco il punto che vorrei fare.

La Cambogia sta cercando di crescere rapidamente nei suoi parametri economici, di industrializzazione e sviluppo urbano, qui siamo nei nostri (italiani) anni 60.

Consideriamo che il genocidio dei Khmer Rouge (che ha sterminato tra un quarto e un terzo dei cambogiani) è finito nel 1979, ma fino al 1990 gli stessi hanno avuto un discreto potere.

Quindi ora si assiste ad uno sviluppo spregiudicato, in alcune zone pompato dai soldi cinesi senza alcuno scrupolo, altrove spinto dalle multinazionali che sfruttano il basso costo della manodopera, in altre con un occhio alle realtà locali e alla sostenibilità.

Ma in generale c’è un consumo delle risorse enorme e una mancanza di pianificazione (urbana, sociale, ecologica) da far spavento.

Ok, lo abbiamo fatto anche noi in Italia e in Europa. Ma qual è la grande differenza?

Che qui sta accadendo tutto nel contesto del XXI secolo, con la tecnolgia di questo periodo storico, ed in particolare sotto una copertura 4G (sto parlando di reti cellulari) capillare e potente. Per intenderci, oggi in bus usando il cellulare come hotpot ho caricato un video di 6 minuti dal computer sul mio canale Youtube in pochi minuti.

Questa connettività rappresenta accesso alle informazioni e potenziale confronto globale.

Qui anche i bambini meno ricchi per strada hanno spesso il cellulare connesso in mano e tutti oggi spendono ore su Facebook e Youtube.

Questo è quello che trovo stridente: connessione, accesso alla conoscenza, utilizzo della lingua franca globale, ma abbinati ad una notevole povertà e ad una crescita che ignora gli errori che molti paesi hanno fatto in passato.

Sociologi e grandi viaggiatori troveranno quello che ho scritto banale e scontato. Forse molto comune nei paesi in rapido sviluppo.

Per me è stata una prima volta e mi ha colpito profondamente, anche perché mi sono innamorato della Cambogia.

Phnom Penh: la capitale che non ti aspetti

Lo dichiaro subito, Phnom Penh è la mia città preferita fino ad ora, non solo in Cambogia.
Mi piace perché è grande ma non enorme, perché ha una sorta di centro attorno a cui si dipana la città, perché l’ho trovata poco aggressiva ed ha un lungo fiume davvero bello.

Sono stato a Phnom Penh in tre volte distinte, facendola luogo di partenza e ritorno per le visite a Kampot-Kep e Kratié-Mondulkiri.

Ho cambiato 4 ostelli diversi, mangiato in strada e in ristoranti, fatto bucato, visitato i luoghi del genocidio, passeggiato in riva al fiume, visto albe e tramonti, fatto shopping e vissuto un po’ di vita notturna (molto vivace!).

Ho ritrovato qui per una cena le mie nuove amiche Simona e Annalisa e trovato nuovi amici con cui ho condiviso la visita ai luoghi del genocidio, Aurora e Milo.

Questo video è un mix di queste 3 distinte visite, un piccolo tributo a questa capitale che mi ha sorpreso.

Mezzi utilizzati: tuk tuk, minivan e ovviamente i miei piedi!
Persone incontrate: un ragazzo pachistano (di cui non ricordo il nome) che sogna di vistare l’Italia); Aurora e Milo, coppia di italiani in arrivo dal Vietnam; Kdey, giovane cameriere in un caffè che mi ha fatto conoscere un po’ di vita notturna.
Cibo mangiato: gelato al cocco, noodles e riso con le verdure (anche istantanei a cui basta aggiungere acqua calda), dahl indiano, num banchok (tipica zuppa Khmer in versione vegetariana)
Posto più bello visitato: per bellezza il lungo fiume, per impatto emotivo ii luoghi del genocidio.