Il paese in cui ho passato più tempo!

56 giorni. Non consecutivi, ma 56 giorni sono quelli che alla fine ho passato in Indonesia. Quasi  più di quelli che ho passato in Italia (in realtà lì sono stati 65, ma anche quelli non consecutivi!).

E’ il paese in cui sono stato di più, battendo di gran lunga i 25 giorni del Vietnam ad aprile.

In parte era previsto e in parte no, perché pensavo di stare più tempo in Malaysia (dove ora starò 12 giorni).

Era previsto perché l’Indonesia è enorme. Quando passi da Lombok a Flores o da Bali a Java non timbri il passaporto e non attraversi una frontiera, ma è come cambiare paese. E’ come quando ti sposti da Laos alla Cambogia, per esempio.

Tante tante differenze sotto la stessa bandiera, tanta varietà di cibo, lingua e cultura, tanti chilometri da percorrere, cose da vedere ed esperienze da fare.

Non era previsto perché mi sono lasciato guidare dai posti da scoprire che via via si sono presentati e dalla persone conosciute.

Non tantissimi turisti a dire il vero, soprattutto Java è stata un’esperienza molto “local”, in alcuni casi totalmente, come a Dieng.

E poi Antony, la vera sorpresa di questo viaggio. Ci siamo conosciuti a Bali, abbastanza all’inizio del mio viaggio, e via via, visitando e viaggiando insieme siamo diventati inseparabili.

Per stare vicino a lui sono tornato a Bali dall’Australia, che non era previsto, ma questo mi ha regalato la sensazione di vivere un po’ come un expat, come uno dei nomadi digitali che vivono a Canguu.

Per stare insieme abbiamo viaggiato un po’ in est Java, visitando insieme i vulcani Ijen e Bromo, stando a Banyuwangi e Malang.

E infine, dopo essere stato solo a Yogyakarta e Dieng sono andato a Semarang per rivederlo, tappa che forse un turista medio salterebbe e che invece mi ha fatto conoscere un po’ meglio Java centrale, andando fuori dalle rotte più battute.

Sono stato meno tempo a Jakarta di conseguenze e ho saltato Bandung, ma non credo di essermi perso troppo, e poi ci posso sempre tornare!

Ora quindi Malaysia, sarà un viaggio diverso perché sono in compagnia del mio amico Stefano che è volato dall’Italia per raggiungermi, e sarà un po’ una corsa, perché abbiamo tanti posti da vedere in un tempo tutto sommato contenuto, ma sarà una bellissima avventura!

E’ già un mese che sono in Indonesia e non me ne voglio andare!

E’ già passato un mese! Il 10 giugno partivo dall’aeroporto di Malpensa con un po’ di dubbi in testa, domandandomi se fosse giusto partire di nuovo, se fosse stata una buona scelta tornare in Asia oppure no e via dicendo.

Non sono serviti molti giorni per far svanire questi dubbi.

A parte le prime 24 ore a Kuala Lumpur, quando ero un po’ sballato per il fuso, dopo un paio di giorni a Bali, che ho raggiunto il 12 giugno, tutto ha cominciato a scorrere liscio. Talmente liscio che sono entrato nel mood della vita balinese e ci sono rimasto quasi 3 settimane!

Bali mi è piaciuta anche se come ho già scritto occorre scovare gli aspetti meno turistici. Ma alla fine il profumo degli incensi, il colore sgargiante dei fiori nei cestini delle offerte che ricoprono i marciapiedi, il suono dell’acqua che scorre in ogni giardino di ogni casa balinese, ti fanno innamorare e mancano.

Bali per me è stata mare (poco), cultura (lo spettacolo di danza tipica uno dei momenti più belli), natura (tanta, tantissima, dai campi di riso alle montagne passando per le cascate) e persone, da quelle con cui condividi solo una chiacchierata, o un giorno, a quelle che diventano importanti.

Dopo Bali sono andato sull’isola di Lombok, prima destinazione Senggigi, una volta molto popolare tra gli italiani e non solo ma ora decaduta (e lo stato delle strutture e delle spiagge lo dimostrano), che è stata solo la base per trovare un buon tour per salire sul monte Rinjiani, uno dei più alti e più venerati vulcani attivi dell’Indonesia. Che spettacolo, che esperienza!

Da lì, 3 giorni di riposo in un paradiso terrestre come Gili Air, il luogo di mare che forse mi è piaciuto di più sino ad ora in tutta la mia vita: l’isola è abbastanza turistica e ci sono anche posti sfiziosi e di lusso, ma non ha perso il suo fascino rurale (basta passarci in mezzo per fare lo slalom tra galline e mucche), con persone deliziose, relativamente poco cemento, spiagge bellissime, un mare da sogno, prezzi ridicolmente bassi.
Ci avrei passato uno o due giorni di più, anche perchè uno e mezzo l’ho passato praticamente a letto con febbre e raffreddore (post Rinjiani e post  snorkelling con le tartarughe).

E poi il dubbio era: esploro Lombok o faccio un salto sull’Isola di Flores, più a est, per vedere i famosi draghi di Komodo?
Ha vinto la seconda opzione, e meno male!

Sono volato a Labun Bajo, una cittadina di per sé non bella, ma alla fine deliziosa.
Ora che sono in aeroporto e che sto per lasciarla, mi spiace!
Anche qui persone deliziose, tutti che ti salutano e vogliono chiacchierare. All’inizio pensi che vogliano venderti qualcosa, ed in alcuni casi è così, ma spesso no! Allora poi pensi che ci stiano provando, ma si tratta proprio solo di gentilezza e curiosità.
L’escursione per vedere i varani di Komodo è stata bellissima, ho dormito in barca una notte e visto paesaggi pazzeschi (purtroppo non le mante).

Insomma, qual è il resoconto di questo mese?
Sto amando l’Indonesia.

E’ abbastanza diversa dal resto del Sud Est Asiatico (non si usano le bacchette per mangiare!), e lei stessa ha una grande varietà.
Ogni isola maggiore è come uno stato a parte per religione, cultura, lingua, cibo (a parte il nasi campur che per fortuna è ovunque).
Ma c’è uno spirito che tiene insieme tutto questo enorme paese (uno dei più popolosi al mondo e il più grande paese a maggioranza musulmana del mondo) che sto amando.

E’ diversa dal resto del Sud Est Asiatico ma è pur sempre Sud Est Asiatico e io lo amo ogni giorno di più per le persone, il clima, il cibo, quella vibrazione di una regione di mondo che sta cercando di correre e che come un adolescente che cresce troppo velocemente è un po’ scoordinato, ma così pieno di forza, e vita e fascino.

Ora devo lasciare l’Indonesia perché mi scade il visto, esco per qualche giorno ma poi rientro per visitare 2 settimane l’isola di Java, l’isola più densamente abitata del mondo (più di 100 milioni di persone): Yogyakarta, Jakarta, Bandung, monte Bromo e altro ancora.

Dove vado per uscire dall’Indonesia?
Questa è davvero una follia: 5 giorni in Australia!
Ma questa è tutta un’altra storia…

Meglio più posti visitati o esperienze vissute più intensamente?

Nel viaggio precedente ho girato come un pazzo. Sì, davvero troppo, soprattutto dovendo sempre organizzare e decidere tutto da solo. E alla fine, per quanto bellissimo, è stato un po’ stressante.

Questa nuova esperienza si sta sviluppando in modo diverso, come qualcuno mi ha detto “sembra più una vacanza”. 
Un po’ è perché sono in un posto “da vacanza” dove c’è anche di meno da visitare.

Quando abbiamo mangiato papaya a White Sand Beach

Ma un po’ anche perché sto cercando di trovare un nuovo ritmo diverso da quello precedente, un ritmo più umano e che sia più bilanciato tra posti da vedere ed esperienze da fare.
Quante volte quando ero in Laos, o Vietnam o Myanmar ho pensato “ah, se potessi stare qui qualche giorno in più!” (salvo poi sentirmi “lento” e in colpa quando stavo a lungo in un posto…).

Qualche giorno ero davanti ad un bivio di questo tipo: avrei dovuto lasciare Bali per Lombok con un traghetto notturno.
Potevo dirmi soddisfatto di Bali: 3 posti di mare (Kuta, Canggu e Padang Bai), Ubud e le zone limitrofe, campeggio libero in montagna con vista vulcano (attivo), belle persone conosciute e buon cibo mangiato.

Caffè (dalla moka) di prima mattina a Bukit Cemara, guardando il vulcano Anung
Una tenda, un fuoco, una vista spettacolare e la giusta compagnia.

Ero pronto per correre verso la nuova tappa, Lombok.

Ma davanti alla possibilità di fermarmi 3 giorni in più a Bali, tornando con Antony a Canggu, che è il posto che ho preferito non è stato facile decidere cosa fare.

Hai presente quando la testa dice una cosa e il cuore un’altra? Difficile scegliere. Una tecnica che spesso uso è chiedermi: cosa rimpiangerei  fra 5 anni? Ma anche a questo non è facile rispondere.

Alla fine ho deciso di posticipare la partenza e godere di qualche ultimo giorno a Bali in buona compagnia. 

Perché è meglio vivere qualche esperienza in più e più profonda, e spuntare qualche tappa in meno sulla mappa. O no?

Tramonto a Tanah Lot, sulla costa ovest

Bali è davvero come te l’aspetti?

Sì e no.
Il mare, se vai nelle spiagge più famose è un paradiso per surfisti ma praticamente non ci puoi fare il bagno.
Ubud, mitizzata da molti, ha un centro che è un casino infernale.

Allora Bali è brutta? No, affatto!
Ma bisogna assaporarla e lasciarsi prendere dal suo spirito.

Se si va al mare, magari a Canggu, giusto fuori dalle zone troppo affollate di Kuta e Siminyak, le passeggiate all’alba o al tramonto faranno assaporare al meglio il mare pieno di one.
E le ore migliori saranno quelle passate in realx nei barettini sfiziosi, tutti arredati per essere 100% instagrammabili e con proposte salutari.

Se si va a Ubud bisogna scappare subito nelle zone attorno: bastano 500 metri per perdersi tra i campi, terrazzati e no, alcuni più verdi di altri, ma tutti così lussureggianti e punteggiati di deliziose guesthouse e ristoranti.

Una passeggiata per le vie minori fa scoprire innumerevoli case balinesi, tutte con le loro statue induiste e le offerte fuori dalla porta, un piccolo giardino lussureggiante e acqua che scorre.

Con qualche chilometro si  arriva facilmente alle cascate, meglio quelle poco conosciute, ideali per rinfrescarsi (anche se Ubud, alla fine, offre sempre un riparo fresco e umido).

Anche la cucina va scoperta una ricetta alla volta: un po’ diversa dalle altre del sud asiatico, non bisogna temere di provare e non si resta delusi (io mi sono innamorato del gado gado!).

Insomma, Bali per me non è quell’incanto che ti spalanca davanti agli occhi immediatamente.
Ma prendendo il ritmo lento dei locali e con la curiosità delle piccole scoperte, Bali è incantevole.

Sono ripartito: stati d’animo e programmi

Scrivo questo post da Bali, seduto a bordo piscina di un ostello in riva al mare. Bali è il paradiso dei surfisti, e Canggu, dove mi trovo ora, uno dei luoghi più amati dai nomadi digitali.

Rispetto al mio piano iniziale in questo momento sarei dovuto essere da qualche parte tra il Chile, il Perù e la Bolivia. Così era scritto: anno sabbatico nel sud del mondo, prima il sud est asiatico, poi il sud America (e poi l’africa meridionale).

Perché sono qui?

A gennaio dopo i primi giorni in Tailandia mi ero detto che tornato a maggio in Italia non sarei ripartito. Questa idea è poi mutata più volte nel corso delle settimane, seguendo le mie montagne russe emotive.
Quando il 7 maggio sono tornato ho valutato ogni tipo di opzione: restare a casa, fare viaggi alternativi in Europa, andare in Sud America…tornare in Asia!
Per 2 settimane non sono riuscito a decidermi: la testa diceva Sud America, il cuore Asia, la comodità Europa.

Ha vinto il cuore, perché sentivo di dover proseguire quello che avevo iniziato con Tailandia, Cambogia, Vietnam, Laos e Birmania. Ed ho deciso di proseguire con due paesi in realtà molto differenti da quei primi 5, per avere un’idea completa del sud est asiatico e anche per via del meteo favorevole da giugno ad agosto: Indonesia e Malaysia.

Nei giorni prima di partire non ero agitato come a gennaio: allora faticavo a dormire, dovevo fermarmi a fare respiri profondi ed ero davvero spaventato dall’ignoto.

Questa volta sono stato quasi infastidito dalla mia serenità: no preoccupazioni, niente ansia per il bagaglio, nessuno da salutare come se partissi per la guerra (a parte mamma e papà in aeroporto ovviamente).

La sensazione era più: ma c’era davvero bisogno di partire? Testa e comodità volevano prevalere.

La cosa buffa è che nonostante questa (apparente) serenità i primi giorni sono stati comunque abbastanza difficili e non me li sono goduti più di  tanto.

Ora pare sia entrato nel “flow”, pronto a godere l’itineriario: Bali (mare, città e montagne), qualche isoletta più a est come Nusa Penida e Gili, città e natura di Java, se ci sta una tappa a Sumatra o nel Borneo malese per della natura davvero selvaggia e per finire Malaysia peninsulare e Singapore con il mio amico Stefano che mi raggiunge il 1° agosto.

Così avanti fino al 14 agosto.

Mandalay e Lago Inle: come finire in bellezza

Mandalay e il Lago Inle fanno parte del giro classico essenziale del Myanmar, quindi non possono mancare anche quando si ha poco tempo.

La prima impressione con Mandalay non è stata entusiasmante, la città manca di fascino ed è, dispersiva: poche cose da vedere, grandi distanze, ogni volta andare dal punto A al punto B richiede un sacco di tempo!

Ma la svolta è arrivata presto: alla Mandalay Hill ho conosciuto 2 monaci che erano lì per parlare inglese e fare pratica. Siamo stati insieme un paio d’ore e siamo diventati amici, sono poi andato a trovarli nel loro monastero ed ancora ora ci sentiamo spesso.

La mia sosta al lago Inle invece è stato segnato dalla diarrea del viaggiatore, alla fine è arrivata anche a me, sarà stato del cibo o dell’acqua bevuta, non so, ma è stato terribile ed ho perso 1 2 giorni preziosi. Però allafine sono riuscito almeno a fare un’escursione sul lago all’alba che è stata davvero bella.

E così si conclude il mio giro in Birmania e comincia il lento rientro in Italia…fino alla prossima avventura!

Mezzi utilizzati: bus, barca, bicicletta, e ovviamente i miei piedi!
Persone incontrate: un giovane dentista di Mandalay; Pizza il mio nuovo amico monaco
Cibo da ricordare: insalata con foglie di tè fermentate; gnocchi al pomodoro davvero buoni!; shan noodle in un micro ristorante di strada che aveva i menù in tutte le lingue (tradotte dai viaggiatori)
Posti memorabili: U bein bridge al tramonto e lago Inle all’alba

Yangon e Bagan: subito conquistato dal Myanmar

Ho raccolto commenti entusiasti sulla Tailandia da tantissimi viaggiatori incontrati negli altri paesi, e in effetti era da subito nel mio programma.

La stavo per saltare perché avevo (relativamente) poco tempo, “solo” 12 giorni, ma ho deciso di andarci comunque, entrando dalla Tailanda, attraversando la frontiera via terra: meno male che non ho rinunciato, è stato amore a prima vista! Che emozione entrare in questo paese!

La prima tappa è stata Yangon, una delle città più grandi del paese. E’ una città forte, veramente mi sono sentito in un altro mondo: tradizioni come tanaka (una specie di crema naturale sul viso), betel (preparato che viene masticato e sputato di continuo) e longyi (una sorta di gonna/sarong) sono seguite da vecchi adulti e giovani!

Bagan invece è un vero incanto: migliaia di templi punteggiano una campagna brulla, perfetta per essere girata in bicicletta, nonostante il caldo fosse davvero eccessivo.

Il Myanmar non poteva accogliermi meglio!

Mezzi utilizzati: bus, taxi, bicicletta, e ovviamente i miei piedi!
Persone incontrate: Zarni, giovane manager nella consulenza metà birmano e metà qatarino; ragazzo svizzero con cui ho diviso la stanza a Bagan; JuJu, venditrice di souvenir a Bagan e guida dolcissima.
Cibo da ricordare: ristorante vegano dove ho mangiato un paio di volte della “finta carne”; i noodles 999 Noodle Shan; i dolci della Parisien Bakery
Posti memorabili: l’alba alla Shwedagon Pagoda, Bagan tutta!

Chiang Mai e Chiang Rai: follia, spiritualità e kitsch

Andare a Chiang Mai per il Songkran, i folli festeggiamenti con battaglie d’acqua per il capodanno buddista era tra i miei programmi fin dalla partenza, e per farlo ho dovuto lasciare a malincuore Luang Prabang.

Però ne è valsa la pensa, perché è stata un’esperienza davvero incredibile! Lanciare acqua (tra l’altro putrida…) contro chiunque per 2 giorni ininterrotti è sfiancante e davvero divertente.

E poi c’è il lato spirituale, a Chiang Mai ci sono tantissimi templi e ottime occasioni per chiacchierare con i monaci e frequentare corsi di meditazione, come ho fatto io l’ultimo giorno prima di andare a Chiang Rai, ancora più a nord.

Se dovessi usare un solo aggettivo per Chiang Rai sarebbe kitsch. Il tempio blu e quello bianco sono affascinanti, ma diciamo che hanno un’eleganza…tutta loro.

Mezzi utilizzati: aereo, taxi, bicicletta, bus, e ovviamente i miei piedi!
Persone incontrate: Aleks, ragazzo filippino con cui ho visitato per 3 giorni Chiang Rai; Kit, giovane farmacista di Bangkok trasferito a Chiang Mai; Praha KK, il monaco che ha tenuto il corso di meditazione; Anastasia, ragazza russa che viva a Hong Kong e che parla un italiano perfetto!
Cibo da ricordare: tutto quello preparato nel ristorante vegano Taste from Heaven, e in particolare il khao soi vegan, adattamento cruelty free del piatto tipico del nord della Thailandia.
Posti memorabili: i templi di Chiang Mai di sera e l’interno del tempio Blu di Chiang Rai

Nong Khiaw: vita di villaggio

Nong Khiaw è stata quasi una tappa di ripiego: da Luang Prabang volevo vedere un po’ di “natura del nord”, ma le mie opzioni preferite erano troppo distanti.
Come spesso capita il caso ti premia, perché è stata una scelta fortunata.

Infatti Nong Khiaw era nel pieno della festa più importante dell’anno, una gara in barca che annuncia l’inizio del nuovo anno buddista: mercato gigante, giochi per bambini, festeggiamenti per le squadre che competono. Un “palio di Siena” in versione acquatica e loatiana.

Di turisti ce n’erano veramente pochi, quindi è stato molto bello mischiarsi tra i locali per scoprire un po’ questa tradizione colorata e chiassosa.

Ancora più “local” il trekking di 2 giorni nelle valli lì vicine, tra foreste di banani, bufali d’acqua, incendi e villaggi Khmu.

Ho raccomandato Nong Khiaw a tutti i viaggiatori in Laos che ho incontrato, e lo faccio a tutti anche qui dal mio blog.

Mezzi utilizzati: bus locale, pickup, barca, kayak e ovviamente i miei piedi!
Persone incontrate: Bernd e Jana, coppia tedesca alla scoperta del Laos; Khamfueua e il suo team, organizzatori del trekking; la famiglia Khmu che ci ha ospitati.
Cibo da ricordare: un’insalata con uova e “non si sa cos’altro”, super saporita! E la zucca bollita…quanto sono deliziose le cose semplici?
Posti memorabili: il viewpoint di Nong Khiaw al tramonto non si può dimenticare.

Luang Prabang: dove la realtà supera l’aspettativa

A Luang Prabang ho realizzato che non posso lasciare un posto prima esserne sazio, che significa averlo girato per bene e averci passato tempo a sufficienza da sentirmi almeno un po’ a casa.

Ma sebbene fossi sazio di Luang Prabang, alla fine non ero comunque pronto a partire perché non volevo i miei nuovi amici Mathis e Paolo.

A Luang Prabang l’atmosfera è davvero magica, tanto è vero che tutto il centro del paese è patrimonio Unesco.

Ci sono tantissimi templi, si possono vedere magnifici tramonti, e l’attrazione più tipica, la  Alms giving ceremony, che si svolge ogni mattina con centinaia di monaci, anche se è diventata molto turistica resta molto emozionante.

Qui sono stato in uno dei peggiori ostelli di sempre ed anche in quello dove ho avuto la più calda accoglienza.

P.S. In fondo al video uno “fuori onda” con il momento emotivamente più difficile del mio viaggio.

Mezzi utilizzati: bus notturno, minivan e ovviamente i miei piedi!
Persone incontrate: Mathis, ragazzo francese che ama l’Italia; Paolo, italiano in viaggio da 11 mesi (di cui 6 spesi per andare da Vicenza all’Iran in bicicletta!); i ragazzi dell’0stello Ynot, mi mancano ancora oggi! Sian, studente dolce e simpatico che mi ha fermato per fare un po’ di pratica in inglese.
Cibo da ricordare: waffle al cocco deliziosi al mercato e i (free) cocktail dell’ostello per il Pi Mai
Posti memorabili: le cascate Kuang Si e la Alms giving ceremony